CONTINUA LA SERIE DI FILM CON DIBATTITO DI MAURIZIO CABONA

cabonaDSC_0135Un secolo fa, nell’aprile 1915, l’Italia si dilaniava: maggioranza popolare e maggioranza politica volevano restare neutrali, la composita e trasverSale minoranza attivista voleva la guerra, spinta concretamente da interessi economici italiani e da interessi strategici stranieri, oltre che dalla speranza di fare di un povero Paese, un Paese povero. Insomma, un Paese debole, ma rispettato.

Dall’agosto precedente si assisteva al conflitto altrui: francesi, belgi e britannici contro germanici; germanici e austro-ungarici contro russi e serbi; ottomani contro russi, britannici, australiani e neozelandesi… L’informazione era censurata – come lo è oggi sulle “guerre umanitarie” – anche in Italia, ma gli addetti militari nelle ambasciate a Parigi e Londra, Mosca e Berlino, Vienna e        Costantinopoli sapevano quanto il conflitto europeo fosse micidiale (i morti erano oltre il milione in otto mesi). E lo riferivano a Roma.

Paradossalmente, le statistiche sul bagno di sangue inducevano gli interventisti a premere ulteriormente per l’intervento. Si riteneva infatti – proprio perché le perdite avrebbero presto sfinito i belligeranti – che l’estate 1915 sarebbe stata l’ultima occasione per l’Italia di combattere sia  brevemente, sia diventando l’ago della bilancia. L’occasione per esserlo c’era stata in effetti stata nel settembre 1914, attaccando la Francia barcollante sotto l’offensiva germanica: era infatti quella guerra – per Nizza e Tunisi, Savoia e Corsica – che l’Italia preparava fin dal 1882, quando – su pressione britannica – era entrata nell’alleanza tra Impero germanico e Impero austro-ungarico.

Ma, anche nel trentennio della Triplice Alleanza, la Gran Bretagna era rimasta la vera potenza “protettrice” dell’Italia. E, al momento del dunque, nell’estate 1914, l’aveva richiamata all’ordine. Del resto l’Italia non aveva scelta, con la sua economia regolarmente deficitaria, avisto che quasi il 90% delle importazioni veniva da aree controllate dalla Gran Bretagna e dalla Francia, sua alleata.

Nella primavera 1915 si riteneva che ci fosse una seconda occasione: i Russi attaccavano, gli Austro-Ungarici cedevano, ma… i Germanici vincevano! Però, una volta dichiarata la guerra a Vienna, non c’era modo di tornare indietro. Ci attendevano tra anni e mezzo di logorio, con perdite più che doppie rispetto all’Impero austro-ungarico che uscì dalla guerra dissolvendosi.

Così Maurizio Cabona, già critico cinematografico de Il Giornale, ha inquadrato il periodo della neutralità e dell’intervento dell’Italia, presentando i primi due film della rassegna “Il grigioverde in bianco e nero”, in corso a Milano, palazzo Cusani, via del Carmine, sede del comando militare.   Martedì prossimo, 7 aprile, ore 18,30, ci sarà il terzo film, La campana di San Giusto di Mario Amendola e Ruggero Maccari (1954), sempre a palazzo Cusani di Milano (via del Carmine 8, métro Cairoli) e sempre presentato da Maurizio Cabona. La proiezione è gratuita, ma occorre prenotarsi con una e-mail indirizzata a rsvpcmemi@cmemi.esercito.difesa.it

Ed ecco la trama de La campana di san Giusto. Nel 1915 l’esercito serbo è stato messo in salvo in Italia. La speranza di raggiungere Trieste e puntare su Vienna – per mettere fuori combattimento l’Austria-Ungheria – non è stata confortata per il Regno d’Italia dalle sconfitte russe e romene nel 1915 e 1916. E nel 1916, avendo dovuto dichiarare guerra all’Impero Germanico, il Regno d’Italia si trova di fronte questo più temibile nemico. Nel 1917, con la sconfitta di Caporetto, la linea del fronte si allontana da Trieste e si avvicina a Venezia. Ma i patrioti triestini attendono ancora, tenacemente, il giorno della liberazione. Uno di loro, un ingegnere navale, per non vestire l’uniforme imperiale, attraversa l’Adriatico e si arruola nel Regio Esercito. La sua villa triestina, dove è rimasta la moglie, figlia di un nobile irredentista, è intanto diventata l’alloggio di un ufficiale imperiale rimasto mutilato sull’Isonzo

La campana di san Giusto è stato girato durante la crisi di Trieste, nel periodo in cui l’Italia mobilitò le forze armate contro la Jugoslavia, con il beneplacito dell’Urss (e del Pci, quindi), l’ostilità di Gran Bretagna e Francia, l’indifferenza degli Stati Uniti, sicuri che fosse solo un “tintinnar di sciabole”.  E’ dunque un film da guardare consapevoli che parla più del presente del 1954 che di quello del 1915. Così come oggi va guardato confrontando la dignità nazionale del 1915 e del 1954 allo stato servile odierno dell’Italia rispetto a potenze che, tra 1915 e 1918, contribuiva a sconfiggere.


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