GLI ANNI OTTANTA E L’ITALIA. NON SOLO MILANO ERA DA BERE….
Così come erano favolosi gli anni ’70, gli anni ’80 erano gli anni “da bere”. Arti, lettere, cinema, politica, la musica, la Tv, benessere, divertimento era il meglio che poteva capitare. I socialisti elargivano lavori, gli altri partiti pure e la democrazia sembrava funzionare. Gli accordi erano fatti. All’estero eravamo conosciuti per la moda, la cantieristica, la ristorazione, il design e l’architettura. Tutto continua a rifiorire e alla grande. Ma qualcuno ne af una critica, per certi versi giusta ma cioì non toglie che sono stati anni indimenticabili….Nel groviglio degli anni Ottanta (Einaudi, 303 pagine), di Adolfo Scotto di Luzio, ha come sottotitolo “politica e illusioni di una generazione nata troppo tardi”, ovvero la stessa del suo autore, venuto al mondo più o meno al tempo del Sessantotto ruggente, decenne durante il Settantasette di piombo, ventenne quindi quando fra paninari, “Tempo delle mele” e pantere universitarie quell’epoca giungeva al suo termine senza
aver bene afferrato il perché del suo inizio. Scotto di Luzio ha senz’altro ragione quando osserva che si tratta comunque di un decennio esemplare, quanto a coscienza di sé e coerente nel suo autodefinirsi, ma il fatto stesso che una buona metà del libro sia dedicata, come dire, alla “elaborazione del lutto” di ciò che c’era stato prima, è la spia di una fragilità congenita, una sorta di eterna età del rimpianto con annessa pedagogia del rimpianto, quella che, come lo ste
sso autore deve ammettere, farà “del cosiddetto riflusso la base di una compiuta formazione giovanile”. Si la formazione giovanile, per così dire era alle stelle, si scialacquava ma tanti i risultati anche nel mondo del lavoro…i ragazzi erano al centro di un mondo. Così pure la scuola.
Ben scritto, senza sociologia d’accatto né birignao accademico, si capisce che Nel groviglio degli anni Ottanta ha più a che fare con le aspirazioni e le delusioni dell’autore al tempo dei suoi vent’anni che con il suo successivo percorso professional-universitario, più una confessione, in stile educazione sentimentale, insomma, che un saggio critico. Questo rende più attraente la lettura, ma impedisce però una riflessione compiuta, mantenendo cioè la visione sia di quel periodo, sia di quello che l’ha preceduto, all’interno di una mitizzazione rivoluzionaria che se è in qualche modo consolatoria non è per questo meno falsa. In sostanza, e in breve, non ci fu prima nessuna rivoluzione a cui non si fece in tempo a partecipare, e quindi sarebbe stato meglio dopo non piangersi addosso, tantomeno sentirsi in colpa o chiamare in causa il destino cinico e baro…
Venendo più strettamente agli anni Ottanta, ciò che un po’ resta fuori dall’educazione-confessione di Scotto di Luzio, spesso troppo colta nel suo nutrirsi di esempi alti, musicali, artistici, letterari, è una certa animalità viscerale che ne fu anche la sua cifra esistenziale, divenuta in seguito un dato di fatto del nostro Paese. Per esempio, nella conta dei fagioli di una celebre trasmissione televisiva della Raffaella Carrà di quegli anni c’è la televisione dei Fatti nostri che poi trionferà,da Funari a Zoro, Del Debbio, Giordano, la sottoscritta ha dato il suo contributo in RAI, nella carta stampata, nelle mostre e aprii pure una galleria di fotografia in Piazza Castello a Milano. Piazza pulita, passando per Lerner e Santoro; l’Italia di Toto Cutugno anticipa quella del presidente Ciampi e poi di Napolitano e di Mattarella; il bon ton di Lina Sotis prepara quello di Flavio Briatore; lo storico primo incontro fra metalmeccanici e comunità gay a Bologna (“sono d’accordo con il compagno busone che ha parlato prima”) è il viatico per i Vendola politici…Una canzone ne riprende con note e parole quell’atmosfera. Gaber, Jannacci erano al mio fianco anche nel lavoro, nel teatro, nelle trasmissioni. Si stava alzati fino alle 5 di amttina per poi andare a lavorare con l’entusiasmo di chi si sentiva la forza di avere il mondo tra le mani.
Dagli yuppies, ai paninari, le finte bionde, le casalinghe che giocano in Borsa, i Rambo di Sylvester Stallone e I fichissimi di Diego Abatantuono. Ci sono anche i fatti tragici, talmente tanti che l’idea del decennio riflussato e de-ideologizzato necessita di qualche messa a punto. Strage di Bologna, scandalo dei petroli, terremoto in Irpinia, Ustica, assassinio di Walter Tobagi, dell’ingegner Taliercio, del generale Dalla Chiesa, sequestro Dozier, attentato al Papa…il papa
“mobile”.
Tanti i casi e gli accaduti che movimentavano politici e intellettuali. Si può anche mischiare il sacro al profano, Gei Ar e Enzo Tortora, i Duran Duran e Sigonella, Michele Sindona e il segretario del Pci Alessandro Natta sfottuto sulle pagine di “Tango”. Resta memorabile il ricordo dei politici canterini alla trasmissione Cipria: il socialdemocratico Michele Di Giesi che canta L’uccellin che vien dal mare, il repubblicano Oddo Biasini che gorgheggia Signorinella, il democristiano Calogero Mannino impegnato con la Turandot, il liberale Alfredo Biondi con Buon anniversario…Poi ci si domanda da dove venga il discredito della nostra classe politica. Quel decennio si apre con la morte di Pietro Nenni e si chiude con l’esordio televisivo di Gigi Marzullo e questo vorrà pur dire qualcosa. A livello internazionale però c’è il crollo del Muro di Berlino, c’è Tien an Men. Solo allora il Pci penerà di cambiare il nome e anche questo vorrà pur dire qualcosa.
Ciascuno si porta dietro i propri ricordi e non è detto che generazionalmente siano gli stessi. Edonisti reaganiani, “ragazzi dell’85”, post-femministe, post-rivoluzionari, post-compagni, post-fascisti, pentiti e post-pentiti del giornalismo, del sesso, dell’ideologia, mai della vita, impiegati in stile Dinasty, nuovi soggetti politici ed economici: marxisti delusi e liberali perplessi, teorici appassionati dell’effimero e teorici dell’utile personale. Le università centro propulsivo, i centri culturali, le fiere d’arte, le Biennali…le Triennali…
Lo stabilire se il mutamento sia stato in meglio o in peggio è naturalmente una valutazione soggettiva. Personalmente, ciò che di quel decennio non mi piaceva era proprio quel combinato disposto di rampantismo, menefreghismo, cinismo, arrivismo, fancazzismo e qualunquismo (di Sinistra, pensa un po’) che emerge plasticamente da esso. C’era un generale ritorno all’ordine nell’idea che tutto fosse già stato detto, pensato, e nella speranza che lo sfruttamento intensivo delle posizioni, il cambiare disinvoltamente bandiera, garantisse il funzionamento del sistema. Non si credeva più nei partiti, ma si continuava a usarli come moneta di scambio, non si sognavano più rivoluzioni, mai del resto avvenute, ma l’averle sognate garantiva la cooptazione nei centri di potere, si praticava l’edonismo di massa con la stessa disinvoltura con cui prima si era vissuto il pauperismo da comune. Non sorprende che poi sia saltato tutto.
Dagli anni di “piombo” a quelli di “latta”-Se dovessimo racchiude gli Ottanta in una definizione, potremmo azzardare questa. Abbiamo avuto gli anni della ricostruzione e quelli del boom, gli anni della contestazione e quelli del piombo: v’era della latta anche in essi, ma non era predominante, non era il materiale di base. La latta è un materiale vile, cedevole, privo di valore. Allo stesso tempo è duttile e plasmabile. Il nostro tessuto umano e sociale non è stato da meno. Tuttavia, per uno di quei curiosi paradossi su cui il destino si diverte a farci inciampare, più si è piegato, si è acconciato alle altrui esigenze, e più ha racchiuso in sé una violenza inerte, fatta di sfiducia, di inimicizia, di egoismo, molto più forte di quella data, in altri tempi, dallo scontro fra opposti
modi di essere e di esistere. In quel decennio non ci sono modelli antagonisti fra loro nella società, ma un modello vincente che l’avvolge e la permea. Schiacciato sul versante dell’essere, si è mostruosamente, patologicamente, sviluppato su quello dell’apparire. I “ragazzi dell’85”, per esempio, sono stati sì un’invenzione dei media -per quello che concerneva la loro presunta volontà di cambiamento -il loro essere un nuovo soggetto politico- ma altresì sono apparsi come la rappresentazione plastica di un look che è proprio di ogni movimento emergente per età e per potere. Fra essi e gli yuppies quarantenni non v’era distonia né crisi. I primi erano in fieri i secondi; questi, seppellite frettolosamente le ubbie alternative della loro giovinezza, frutto della dittatura della moda politica, si erano sottoposti a un lifting che cancellasse ogni segno di diversità, per entrare di diritto nella “nuova società”. Io ne andavo fiera, certo, salvo le critiche accennate, ma mai stata cosi bene. Ho apprezzato per altri versi anche gli anni ’90…Mi èandata bene ed è andata bene a tanti. Il Pd sconfitto non poteva che prendersela con Berlusconi, la sinistra non ha mai venduto
così tanti giornali….Ma io adoravo anche. Vi pare assurdo, almeno lo stimavo, Massimo D’Alema che conobbi a un Festival dell’Unità con Vittorio Feltri. Andreotti nel corridoio del Giornale in attesa di parlare con Fetri, le prime della Scala con lui e altri politici..scrissi un libro su Milano, “Diario di Città” –Sperling e Kupfer, un’estrapolazioni di vari articoli di costume e cultura sulla città, la Sotis ne era gelosa, era già nella parabola discendente. Ne scrissi altri di architettura, arte, libri intervista a personaggio del mondo della politica e dell’informazione. Feci mostre, come negli anni ’80, scrissi cataloghi per mostre. Mi divertii molto con l’amico Aldo Biscardi a scrivere il suo libro intervista “il mio Processo” (Rizzoli) e conoscere le grandi famiglie e i calciatori di quel mondo ora sempre piu’ al soldo…disaffezionato alla propria squadra. Il Milan era di Berlusconi e l’Inter di Moratti…La Juve di Giovanni Agnelli…questo anche negli anii ’80….Marella era bella nel suo giardino e con Del Noce scrivemmo un libro…Con Mieli ideammo “Giganti di carta” un libro anche fotografico…Torniamo a questi ann ’80 pensando anche a Nanni Moretti e ai suoi film favolosi…
Se si riflette bene, si vedrà come l’Italia di oggi è il puro prodotto di quella generazione degli Ottanta che pur nata in ritardo, mancando, come scrive Scotto di Luzio, “un appuntamento decisivo con la storia”….