JACK LONDON: IL CINEMA SCOPRE “MARTIN EDEN” CON LA REGIA DI PIETRO MARCELLO

Jack LondondownloadAlla Mostra del Cinema approda un grande romanzo, “Martin Eden” di Jack London (grazie a Pietro Marcello)  e con una rilettura tutta nostrana, si riscopre un capolavoro incentrato sulle infinite sfumature della mete umana, dove i sentimenti possono divenire “liquidi”…annullarsi…in maniera indolore.

Questo curioso mix di darwinismo, niccianesimo, socialismo, Jack London (1876-1916) scrisse la vita che andava vivendo e se la si volesse riassumere in cifre racconterebbe una produzione sterminata in un arco di tempo brevissimo: la prima raccolta di racconti, Il figlio del lupo, è del 1900, l’ultimo romanzo, il figlio del mare, di sedici anni dopo, quando morì, e poi ci sarà ancora spazio per molti romanzi postumi…Per le immagini, il ritmo è ancora più serrato, dall’esordio del 1902 sui bassifondi di Londra, a quello sulla rivoluzione messicana del 1914. Ricapitolando, 50 libri, 12mila foto, quarant’anni… Impressionanti questi dati, impensabili se paragonati a dovere con quelli di oggi.

“Martin Eden” , il suo romanzo di maggior respiro e che ora approda alla Mostra del cinema di Venezia in una rilettura italiana, racconta di un uomo che agisce solo per sé stesso, combatte solo per sé stesso e muore, in fondo, solo per sé stesso. Deluso da tutto, individualista coerentemente quanto totalmente avulso dai bisogni collettivi del mondo circostante, non gli resta, notava il suo autore, nulla per cui combattere e vivere. E così muore. Si era illuso che i libri “dicessero il vero” e potessero trasformarlo da “cane che dorme al sole”, incapace a esprimere in modo articolato ciò che si portava dentro, in “gigante”, ovvero scrittore. Ma era la società che in seguito ne stabiliva il valore, trasformandolo in merce, e lui si rifiuterà di essere Londondownload“l’appetito che l’intera folla vuole saziare”… Se si vuole, Martin Eden è l’esatto rovescio del Grande Gatsby di Fitzgerald: entrambi i protagonisti pagano il successo con la vita,  ma uno quando raggiuntolo si illude di poterlo assaporare, l’altro quando si è ormai accorto che non sa di nulla…

Una rilettura di un volume autobiografico sotto il profilo della lotta per imporsi a petto di un mondo sentito come ostile, “Martin Eden” era in realtà l’opposto di cio’ che era London l’opposto  che, testardamente, aveva fede nell’essere umano: Scriveva: “Attendo con ansia il tempo in cui l’uomo compirà un progresso verso qualcosa che valga e che sia più importante dello stomaco. Continuo a credere nella nobiltà e nell’eccellenza dell’uomo. Credo che la dolcezza spirituale e la generosità conquisteranno la volgare ingordigia odierna”. Lo stesso London inizio’ a lavorare da bambino. Suo padre non lo riconobbe e la sua vita fu sempre sull’orlo della disperazione ma con una grande dote,la genialità.

In Italia London ha a lungo pagato lo scotto della riduttiva presentazione fattane nell’Americana di Elio Vittorini, antologia canonica quanto ideologicamente riduttiva. “Nessuno dei suoi romanzi è particolarmente notevole” era la lastra tombale che seppelliva “Il richiamo della foresta”, il romanzo piu’ bello, “Zanna bianca”, “Il tallone di ferro”, “Martin Eden”, appunto…Parliamo di “alta”letteratura popolare, ma priva di dignità artistica, insomma, questo il giudizio critico che almeno sino alla fine degli anni Settanta del Novecento lo relegò in cattive traduzioni, pessime riduzioni…

Una sorte peggiore è toccata al London fotografo, riscoperto appena una decina di anni fa, con una selezione di 200 immagini curata dalla University of Georgia Press: una festa per gli occhi e un incredibile tuffo nel passato.

Di un XX secolo allora agli inizi London fu il testimone oculare del “popolo degli abissi” della capitale britannica, un mondo di miseria, abbrutimento, ingiustizia; della guerra russo-giapponese del 1904, vista sul fronte coreano; del terremoto e del successivo incendio che distrusse San Francisco nel 1906. E poi gli indigeni dei mari del Sud, l’isola dei lebbrosi di Moloka’i, l’estinzione dei polinesiani di Typee incontrati durante la navigazione oceanica dello Snark, il veliero da 12 metri da lui fatto costruire; l’invasione di Vera Cruz da parte statunitense durante la rivoluzione messicana.

Le immagini e le corrispondenze sulla guerra in Corea colpirono talmente l’opinione pubblica e l’immaginazione dei lettori che, ancora mezzo secolo dopo, Hugo Pratt farà dell’incontro fra Corto Maltese, London e il “soldato russo perduto” Rasputin il punto di partenza della sua saga. Torniamo al  racconto londoniano “Accendere una fiammata”, storia di un uomo che, vittima del freddo, decide di morire con dignità, tornerà invece come un flash nella mente di un Che Guevara incalzato a Cuba dai soldati di Batista e convinto ormai della propria fine…Quando ancora la Rivoluzione cubana e lui era in fuga dall’esercito di Battista penso’ di morire in questo modo…con la differenza del personaggio del romanzo riuscì a risorgere dalle cenri..

I suoi scatti fotografici, così come i suoi libri, sono sempre e comunque la testimonianza di un’acuta sensibilità mista a compassione, a rispetto e ad amore per l’umanità. Sotto questo profilo, Il popolo degli abissi, il libro-reportage dedicato ai diseredati che vivevano nel cuore e però ai margini dell’impero britannico, è una testimonianza unica e la spiegazione convincente del perché Carl Mark potesse concepire Il Capitale proprio a Londra e Charles Dickens ambientarvi Oliver Twist…Vi ricordate “Il popolo degli abissi”? I poveri per come vivevano nella miseria e allora comprende che era chiaro il motivo per cui Marx era convinto che la rivoluzione scoppiasse a Londra. Il capitalismo nelle sue forme aveva creao una forbice tra ricchi e poveri. Per tre mesi London visse come un paria fra i paria, la classe che per gli indiani non ha alcun diritto, non c’è nessuna considerazione di questa bassa poverta privata di dignità, di ogni cosa….London, dicevamo a Londra volle convivendone tra questa classe, tra fame e intemperie, paura e umiliazioni. Così fece un reportage..reportage per un giornale americano. Coraggio, paura, necessità di misurarsi.

Torniamo alle foto, alle immagini di reietti….con la stessa logica e modo, fa  scatti fotografici e libri danno piena testimonianza di un sentimento generoso e infantile, l’idea di un’umanità “calorosa, fallibile, fragile, sordida e meschina, anche grottesca, eppure allo stesso tempo pervasa da lampi e bagliori di qualcosa di più sottile e divino. E questo in fondo, dall’inizio alla fine è stato Jack London, febbrile e fragile cantore di una libertà che fosse per tutti.  Un idealista, ricco di sensibilità, infantile e sempre in bilico tra ragione e sentimento…Non ricordo se lo stesso London finì suicida, ma il senso della sua opera non cambia.


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