LA NOUVELLE VAGUE DI JAN LUC GODARD. ADDIO GENIO RIBELLE. FILM IMMORTALI ISTRIONICI EPPURE ANCHE SENTIMENTALI

Un altro pezzo di storia anche della mia vita se ne va. Si scivola verso il nulla, il qualunquismo becero, l’ignoranza…Ne sono rimaste poche vive di grande personalità e in tutti i campi: letteratura, giornalismo, cinema, teatro, sport, stile e classe, il savoir vivre…Rimangono le radical scicL’ultimo omaggio glielo aveva fatto, ancora pochi giorni fa, la 79° Mostra del Cinema di Venezia presentando fuori concorso “Godard seul le Cinéma”, un documentario di Cyril Leuthy che era il compendio di una vita artistica prestigiosa e insieme caotica, nel suo affastellarsi di morti e di resurrezioni dietro la macchina da presa, e di una vita privata sempre più solipsistica, incapace di un contatto che non fosse attraverso la macchina da presa: “Faccio cinema per fare conoscenze. Finito il film torno a essere solo”. Da anni ormai a chi gli telefonava non rispondeva, oppure rispondeva fingendosi un altro e dicendo di non sapere se quel Godard che si cercava fosse ancora in vita oppure già morto… Con il regista Truffaut, amici inseparabili erano sulle barricate del Maggio 68ino. Insieme crearono delle proteste a Cannes per la cinematografia di allora da fare saltare gli eventi. Venezia gli riconobbe due Leoni d’Oro e Cannes altri in anni a seguire. Ma ve lo spiego meglio. Intanto va detto che di foto di Godard da bambino non ce ne sono. Speriamo arrivi presto nelle sale il film -documentario presentato a Venezia..Una premonizione, forse?

La chiave di questa sua misoginia/misantropia da un lato, di questa stanchezza del vivere contraddetta però da un frenesia del fare (Le livre d’image, Palma d’oro speciale a Cannes, è del 2018, ultimo di una filmografia sterminata) è iscritta in due frasi che non a caso giganteggiavano in quell’A’ bout de souffle, Fino all’ultimo respiro, appunto,  con cui tutto per lui aveva avuto inizio: “Il ruolo della donna  è un ruolo importante se la donna è affascinante e se ha un vestito a righe e gli occhiali da sole”. “Il fine dell’uomo è divenire immortale…E poi morire”. Ha avuto donne e/o mogli molto belle Godard, e sempre e comunque, fino all’ultima, Anne Marie Mieville, sue complici nel fare del cinema il motore immobile della sua esistenza; è arrivato a

superare i novant’anni, il che è un po’ una prova generale dell’immortalità. Non a caso se n’è andato di sua spontanea volontà. Hanno ritirato Premi con lui insieme Clnt Eostwood e lattore e cantante Johnny Halliday….non amava i riconoscimenti del sistema ma a volte doveva farlo. Due mogli, entrambe morte tempo fa, tanto tempo fa. Godard non ha mai voluto figli. Figlio di una famiglia borghese e colta di Parigi, già da ragazzo voleva vivere e pensare con la sua testa e se ne ando di casa senza una lira in tasca,

Per capire Godard, meglio che cosa per Godard fosse il cinema, vale la pena citare François Truffaut, con il quale del resto era cominciata ogni cosa, anche se poi, nel tempo, ogni cosa si ruppe: “Il cinema è veramente per me una religione”. La pensava così, prima di cambiare fortunatamente idea, anche Henry Rohmer altra icona di quella che verrà ribattezzata Nouvelle vague: “Bisogna essere cinefili puri, non avere altra cultura, essere colti solo nell’ambito cinematografico”. Il cordoglio intorno alla morte di Godard ha molto a che fare con questa mitologia, anche se per un ventenne d’oggi il tutto rischia di risultare incomprensibile. Sono gli ex ventenni degli anni Sessanta a piangere la morte di quello che per loro è stato un genio e lo è stato sino all’ultimo.

Va detto che con Godard, con l’uomo Godard, non ci si annoiava mai, istrione e filosofo, dandy e demagogo, ciarlatano e seduttore. “Vi dico che non sono io il regista del mio film!” “Toglietegli il sonoro, è il film è migliore. Ascoltatelo senza vederlo e sarà ancora meglio”. “I film sono di chi li gira. Nessuno ha il diritto di proiettarli contro la volontà del suo autore”…Sono tutte frasi che recano il suo inconfondibile marchio di fabbrica.

Del resto, aveva inventato la Nouvelle Vague ancor prima di finire dietro una macchina da presa, quando era solo un critico dei Cahiers du Cinéma. Il contratto per A’ bout de souffle, il film con cui esordì, lo firmò sul tovagliolo di un ristorante a Cannes, lo stesso anno che il suo allora amico Truffaut sbancava il Festival al suono dei Quattrocento colpi. Era il 1959, l’anno dopo era il suo il film-manifesto della nuova modernità, talmente citato, esaltato e coccolato che, nonostante fosse già nelle sale, venne proiettato lì fuori concorso. Da allora sulla Croisette verrà invitato più di venti volte, sei dei suoi film entreranno in gara per essere premiati senza però mai vincere, resterà sino alla fine il miglior biglietto di presentazione di una rassegna che faceva del cinema la propria ragion d’essere. “Al Festival sono disposto ad arrivare sino alla morte: Ma non oltre”.

Il paradosso Godard sta anche in questo: ribelle eppure con le spalle coperte, un po’ intellettuale di destra per quelli di sinistra, e viceversa, anarchico e bon vivant, esibizionista sempre. Occhiali scuri, vestiti su misura e sigarette Boyard nel suo primo periodo; occhiali chiari, sigaro da produttore, tweed e barba lunga nel secondo; un patriarca che se ne frega di come veste, mal rasato e bofonchiante in quello che è stato il suo terzo e alla fine ultimo periodo. Non amava la vita tra cineasti e attori , era un intellettuale vero e solitario, il sui “io” forse si era trasformato a dismisura….Glielo perdoniamo.

C’è stato un tempo in cui in francese Godard faceva rima con star, poi, cinefili a parte, sempre più si è cominciato ad abbinarlo a ringard, che sempre in francese sta per fallito…Anche qui lui comunque se n’è sempre fregato…

Dopo a Bout de soufflle, Le petit soldat, Pierrot le fou, Band à part, Le Mepris, di lui si cominciarono a perdere le tracce. Per Le Mepris, tratto dal Il disprezzo di Moravia (“un romanzetto da edicole ferroviaria” era stato il suo sprezzante commento…) e dove Brigitte Bardot era l’immagine più perfetta, nuda e disarmata, della divinità femminile, una sorta di tabernacolo pagano esposto sulla terrazza di Villa Malaparte, a Capri, e dove Jack Palance recitava in inglese, Fritz Lang in tedesco, Michel Piccoli in francese, Carlo Ponti, che era il produttore, decise di tagliare la testa al toro doppiando tutti. Il risultato fu che l’attrice che nel film faceva l’interprete, traduceva in italiano quello che loro, per volontà superiore della produzione, dicevano nella stessa lingua, il film involontariamente più godardiano mai visto. Centinaia i fil..i lungometraggi..i docufilm…

Je vous salue Marie, è del 1985. Prima c’erano stati Prénom Carmen e Sauve qui peut (la vie), per non parlare dell’imbarazzante western maoista Vent de l’Est, firmato con il nome del collettivo Dziga Vertov, o di Ici et ailleurs, a metà degli anni Settanta, sui campi di addestramento dei feddayn. Fu per eccellenza il suo periodo più gauchiste (“il più coglione degli svizzeri pro-cinesi” scrissero allora gli studenti sui muri della Sorbona e l’ultima petizione, pochi anni fa, in favore dei terroristi italiani espatriati in Francia risente ancora delle passioni di quel tempo…): difficile sostenere che sia stato il suo periodo migliore, difficile sostenere che dopo ci sia stato altro, se non un’incessante sperimentazione dove l’immagine elettronica anticipava di almeno un ventennio  quella che sarà l’idea stessa di cinema digitale, se non l’idea di cercare nell’immagine Garrel alla notizia si è sentito male…ma ha subito detto….”Godard è morto viva Godard”.

Tutto questo aiuta a spiegare perché Cannes sia comunque restato sempre e comunque il suo regno, La Palma d’oro speciale del già citato Livre d’image e soprattutto, ancora nel 2014, il Premio della Giuria per Adieu au langage. La sua presenza, non in carne e ossa, perché un mito meno si vede e più si illumina, significava ancora credere al provocatore e alla provocazione. Non per nulla la coda per vederli cominciava due ore prima della proiezione, non per nulla alla fine c’era sempre una valanga di applausi e le grida isteriche di entusiasmo di chi, pur non avendoci capito niente era convinto di aver capito tutto. Del resto, un titolo come Adieu au langage permetteva tutte le speranze. Nel film ci sono un uomo e una donna che si incontrano, si amano, litigano, un cane che erra fra città e campagna, le stagioni che passano, loro che si ritrovano, cane compreso, si riparte da capo e la metafora è che finirà tutto in un abbaiare e in grida infantili. Fra uomo e donna, diceva Godard nel film, l’eguaglianza può esistere solo al gabinetto, il che ricorda il Montaigne  che ammoniva a non esaltarsi, visto che si è tutti seduti sul proprio buco di…Che da ciò per lui, Godard, non Montaigne, “il pensiero diventasse merda” era un passo breve. Collage, cut-up e mixage di parole, immagini, estratti di film e di materiale d’archivio, flusso di citazioni, musica classica, canzonette e canti partigiani, il tutto filmato in tre 3D, e quindi il trionfo assoluto della forma-immagine, Godard sembrava dare con questo film il suo addio al mondo: “Siete pieni di gusto della vita. Io sono qui per dirvi di no e per morire”. Non era vero e infatti poi puntuale è arrivato Livre d’image. Adesso si sono spente definitivamente le luci, la musica, come la recita è finita, e la sua resta comunque nell’insieme una magnifica serata.


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